Paura di guidare: perché l’auto non è una verifica di sé

Di Marianna Martini

Per molte persone guidare non è semplicemente spostarsi da un luogo all'altro. È una continua verifica di sé.

"Sarò abbastanza capace?"

"E se sbaglio?"

"Gli altri penseranno che non so guidare."

"Se mi si spegne l'auto?"

"E se rallento il traffico?"

Questi pensieri trasformano ogni tragitto in una prova da superare, come se ogni volta ci si dovesse dimostrare all'altezza della situazione. Ma la strada non è un'aula d'esame. E guidare non è una prestazione da valutare.

Quando il problema non è la strada, ma il giudice che porti con te

La maggior parte delle persone con ansia alla guida non teme soltanto gli incidenti.

Teme il giudizio.

Quello degli altri automobilisti. Quello del passeggero accanto. Quello dell'istruttore che hanno avuto anni prima.

E, soprattutto, il proprio. È quella voce interiore che commenta ogni errore:

"Dovevi accorgertene prima."

"Hai frenato troppo tardi."

"Stai dando fastidio."

"Tutti stanno aspettando te."

Questa autocritica costante rende la guida molto più faticosa di quanto dovrebbe essere.

La trappola del perfezionismo

Dal punto di vista della psicologia, il perfezionismo non significa voler fare bene le cose. Significa credere di non potersi permettere di sbagliare. Alla guida questo si traduce in aspettative irrealistiche.

Chi è perfezionista pensa di dover:

  • prevedere ogni imprevisto;
  • prendere sempre la decisione migliore;
  • non esitare mai;
  • non creare disagio agli altri;
  • mantenere il controllo in qualsiasi situazione.

Ma la realtà della strada è diversa.

Guidare significa adattarsi continuamente a eventi imprevedibili: un pedone che attraversa all'improvviso, un ciclista che cambia traiettoria, un automobilista che non rispetta la precedenza. L'obiettivo non è essere perfetti. È essere sufficientemente flessibili.

L'errore non definisce il valore di chi guida

Anche i conducenti più esperti:

  • sbagliano strada;
  • spengono il motore;
  • parcheggiano male;
  • interpretano in ritardo una situazione;
  • si fanno sorprendere da un comportamento inatteso.

La differenza non è l'assenza di errori. È il modo in cui li interpretano. Chi vive la guida con serenità pensa:

"Può capitare."

Chi vive la guida con ansia conclude:

"Non sono capace."

Lo stesso episodio assume un significato completamente diverso.

Quando il traffico diventa un pubblico

Un altro meccanismo molto frequente è sentirsi costantemente osservati.

Al semaforo.

Durante una manovra.

Nel parcheggio.

In una rotonda.

Si ha la sensazione che tutti stiano valutando ogni movimento.

In psicologia questo fenomeno è noto come effetto spotlight: tendiamo a credere che gli altri notino e giudichino le nostre azioni molto più di quanto avvenga realmente.

La verità è che la maggior parte degli automobilisti è concentrata sul proprio percorso, non sul nostro. Ridimensionare questa percezione può alleggerire notevolmente il carico emotivo della guida.

Guidare è una competenza, non un giudizio sulla persona

Una delle convinzioni più dolorose che incontro nel mio lavoro è questa:

"Se guido male, allora valgo meno."

È una conclusione che nasce dall'identificare una prestazione con la propria identità.

In realtà, guidare è una competenza. Come tutte le competenze:

  • può migliorare;
  • può risentire dello stress;
  • può essere influenzata dalla stanchezza;
  • può essere allenata.

Avere difficoltà in una determinata situazione non dice nulla sul valore della persona. Dice soltanto che, in quel momento, quella situazione richiede più risorse di quelle disponibili.

Lo sguardo nella stanza delle parole

Nel mio lavoro osservo spesso che chi soffre di ansia alla guida non pretende semplicemente di guidare bene: pretende di non sbagliare mai. È un obiettivo irraggiungibile, perché la guida è un'attività complessa, dinamica e inevitabilmente esposta all'imprevisto.

Quando ogni errore viene vissuto come una conferma della propria inadeguatezza, l'attenzione si sposta dalla strada a sé stessi. Si guida monitorando continuamente le proprie prestazioni, invece di osservare ciò che accade intorno.

Uno degli obiettivi del percorso psicologico è proprio questo: aiutare la persona a spostare il focus dalla paura di essere giudicata alla capacità di affrontare la guida con maggiore fiducia, flessibilità e realismo. Quando smetti di vivere ogni tragitto come un esame, cambia anche il modo in cui il cervello affronta la guida: diminuisce la pressione della prestazione, aumenta la capacità di adattarsi agli imprevisti e diventa più facile recuperare quella spontaneità che rende la guida uno strumento di autonomia, e non una continua valutazione di sé.