La prima volta non si scorda mai
Avevo appena preso la patente.
Autostima? In fase di installazione.
Esperienza? Versione demo.
Strada stretta, di quelle in cui già due biciclette si devono accordare con un cenno diplomatico.
Io vado, prudente ma dignitosa.
Poi lo vedo.
Un camion.
Non un camion qualsiasi.
Il camion.
Quello che occupa visivamente tutta la carreggiata, la tua autostima e anche una parte dei tuoi sogni.
Parte il dialogo interno:
“Ci passo?”
“Sì dai… forse sì…”
“Ma sì, certo che passo…”
“…non passo.”
Silenzio.
Mi fermo.
E a quel punto, il mio cervello decide che la strategia migliore è:
chiudere gli occhi.
Così.
Come se stessi giocando a nascondino con un camion.
“Se io non vedo lui… lui non vede me.”
Logica impeccabile.
Passano forse due secondi. O forse un’era geologica.
Riapro gli occhi.
E lo vedo.
Il camionista.
Che ride.
Ma non un sorrisetto educato.
Ride proprio di gusto, con quella risata piena di chi ha appena assistito a una scena che conosce benissimo.
E lì capisco:
non stava ridendo di me.
Stava ridendo perché mi riconosceva.
💡 Cosa succede davvero quando chiudi gli occhi?
Quando siamo alle prime esperienze (alla guida, ma anche nella vita), il cervello può andare in sovraccarico.
Valuta velocemente:
- “È sicuro?”
- “Sono capace?”
- “E se sbaglio?”
E quando le risposte non sono chiare, attiva una risposta primitiva:
👉 attacco
👉 fuga
👉 oppure freeze (mi fermo, mi blocco)
Chiudere gli occhi, in quel momento, è quasi una versione simbolica del freeze:
un tentativo di prendere tempo, di ridurre l’impatto emotivo.
Ma c’è una cosa fondamentale.
Il cervello registra anche il finale:
👉 non è successo niente
👉 la situazione era gestibile
E da lì costruisce sicurezza.
Un’esperienza alla volta.
Per questo, la volta dopo:
non chiudi più gli occhi.
Magari rallenti, magari ti viene ancora un dubbio…
ma resti dentro la situazione.
Ed è così che cresce la fiducia.
Non quando va tutto liscio.
Ma quando, anche in mezzo al dubbio, scopri che — in qualche modo — ci passi.
